Soldati e prigionieri Italiani nella Grande Guerra

Il libro  di di Giovanna Procacci “Soldati e prigionieri Italiani nella Grande Guerra” (Bollati Boringhieri 1992) è certamente la fonte più completa e più autorevole sulle responsabilità delle gerarchie politiche e militari dello Stato italiano che portarono alla morte circa 100 000 prigionieri italiani su 600000 catturati e internati nei campi di concentramento austriaci e tedeschi: cifra che non ebbe uguali in alcun altro esercito alleato occidentale. Invitando alla lettura del libro, ne pubblichiamo qui alcuni stralci (tratti dal sito http://digilander.libero.it/freetime1836/libri/libri93.htm)

pag 278 e segg…..Le testimonianze che ci provengono dalle pagine della relazione della CIV, o dalle memorie dei sopravvissuti, ci trasmettono immagini di orrore. Nelle «città dei morenti» – come vennero definiti i campi esseri inebetiti dalla fame si aggiravano fra mucchi di rifiuti, razzolavano alla ricerca di avanzi putrefatti, si gettavano gli uni contro gli altri per afferrare il pezzo di pane che il nemico gettava nel loro gruppo. Per lenire la fame i soldati ingerivano grandi quantità di acqua, e ingoiavano erba, terra e anche sassi, legno, carta, con conseguenze letali: «Molti morivano di dissenteria e di polmonite, prendevano la dissenteria mangiando l’erba del campo come pure gli avanzi delle casse di spazzature», riferì un prigioniero francese rimpatriato. A Mauthausen «noi ufficiali vedevamo spesso i soldati prigionieri che dal loro gruppo venivano ogni mattina nel nostro reparto a raccogliere le immondizie; li vedevamo spesso slanciarsi nei canali di scolo e verso le casse dei rifiuti a raccattare spine e teste di aringa, rimasugli di patate e ogni sorta di roba cruda, sporca e fradicia». «Anche noi soffrivamo la fame, come soffrivamo il freddo e tutti gli altri disagi della prigionia; ma la condizione dei soldati ha qualche cosa di particolare che la nostra parola non ha il coraggio di riferire».

Gli osservatori esterni restavano inorriditi alla vista di quelle folle amorfe di uomini, scheletriti, coperti di stracci, che si adunavano intorno a loro chiedendo da mangiare. A Lamsdorf, in Slesia, i visitatori che vi si recarono dopo l’armistizio «arretrarono allibiti dinnanzi a certi paurosi spettri che videro uscire carponi di sotterra», da buche scavate per resistere al freddo. Un ufficiale medico rimpatriato da Sigmundsherberger (Italiani morti 2363) riferì come gli ufficiali, che avevano creato una commissione di beneficenza a favore dei soldati, dopo una prima visita nelle baracche, non si fossero sentiti più la forza di tornarvi: «…. senza più nulla di umano quei disgraziati muoiono in proporzioni veramente impressionanti – o contraggono gravi malattie polmonari – o hanno arti congelati che poi vanno in cancrena, senza che si possa curarli per difetto di medicinali. Il nutrimento è assolutamente insufficiente (non si superavano quando andava bene le 900 calorie) qualitativamente e quantitativamente». Un’infermiera della CRI, trattenuta dopo Caporetto nel cortile del castello di Lubiana, così descrisse un gruppo di prigionieri italiani: «Erano circa trecento: tutti laceri sporchi, denutriti. Sembravano scheletri ambulanti che si muovessero per forza d’inerzia, inconsci ed insensibili oramai ad ogni espressione di vita civile e ad ogni ricordo [ … ] riesco a sfamarne tre, poi fuggo, non potendo resistere a quello straziante spettacolo». «Ieri ho visitato il campo di Worms – riferì il comandante Accame nella sua già citata relazione sui campi in Germania -, ed il lazzaretto, ove sono degenti 203 ammalati, quasi tutti tubercolosi, e mi sono soffermato con tutti indistintamente, perché non ebbi il coraggio di sorpassare nessuno temendo di offendere i sentimenti di quei poveri ragazzi destinati qui più d’uno alla morte, che mi guardavano con degli occhi che io non ti so ridire, ma che mi fecero star male tutto il giorno ».

 

Il campo di Mauthausen fu visitato l’8 settembre 1915 dai delegati del Comitato Internazionale di Ginevra della Croce Rossa (CICR) o International Committee of the Red Cross (ICRC) ed il 18 gennaio 1916 dal Cardinale Raffaele Scapinelli di Leguigno (Modena, 25 aprile 1858 – Forte dei Marmi, 16 settembre 1933), allora Pro-Nunzio apostolico a Vienna, in seguito al desiderio espressogli da Papa Benedetto XV….

Raffaele Scapinelli di Leguigno (paesino della montagna reggiana feudo di famiglia da molti anni) studiò teologia e filosofia presso il Seminario di Reggio Emilia. Successivamente, a Roma, si laureò in diritto canonico e in diritto civile ricevendo nel 1884 l’ordinazione sacerdotale. Dopo ulteriori studi presso la pontificia accademica ecclesiastica divenne, nel 1887, professore di diritto canonico, con incarico presso il seminario di Reggio; nel 1889 entrò come collaboratore nella Segreteria di Stato.

Negli anni dal 1891 al 1905 fu segretario poi collaboratore delle nunziature del Portogallo e dell’Olanda. Nel 1902 riceveva anche la nomina a canonico di S. Pietro. Nel 1905 veniva nominato anche Prelato domestico di sua Santità. Fu inoltre consulente del Sant’Uffizio e della Sacra Congregazione Concistoriale. Nel 1912 papa Pio X lo nominò nunzio apostolico in Austria-Ungheria e vescovo titolare di Laodicea ad Libanum. Raffaele Scapinelli venne ordinato vescovo dal cardinale Rafael Merry del Val y Zulueta e fu nominato cardinale da Benedetto XV nel concistoro del 6 dicembre 1915 con la titolarità della chiesa di San Girolamo dei Croati (degli Schiavoni).

Scapinelli rimase a Vienna fino al 1916 e fu insignito della Gran Croce dell’ordine di S. Stefano. Ritornato a Roma servì come prefetto della congregazioni degli affari religiosi fino al 1918 incarico che venne chiamato a ricoprire anche due anni dopo. Partecipò al conclave per l’elezione di Pio XI. Raffaele Scapinelli di Leguigno morì il 16 settembre 1933 a Forte dei Marmi e venne sepolto a Roma nel cimitero del Verano nella Cappella di Propaganda e Fide.

Il ruolo di Scapinelli in Austria era quello di arginare tramite la chiesta Cattolica di rito orientale l’invadenza Ortodossa zarista verso l’adriatico con gli stati Serbi e Montenegrini e la stessa Austria subentrata in parte di quelle terre: a tale scopo scriveva: “un centro cattolico nel cuore dello slavismo, nello Stato che più fieramente rappresenta l’ortodossia orientale nei Balcani, avrebbe una importanza capitale per gli interessi della Chiesa in quelle regioni, e costituirebbe un argomento di grandi speranze per l’avvenire del cattolicesimo fra quei popoli. Del resto, di fronte al minaccioso avanzarsi dello scisma verso l`occidente, di fronte agli sforzi immensi coi quali procura d’infiltrarsi e di estendersi anche entro i confini di questo Impero [asburgico], fra le popolazioni slave della Galizia e della Ungheria, anche una soluzione di quella continuità scismatica. che si stende da! Mar Nero fino all`Adriatico. soluzione che si otterrebbe col riconoscimento ufficiale della Chiesa cattolica in Serbia sarebbe già per se stessa un grande vantaggio”.

 

L’ultimo anno di guerra

Relazione citata, in Carte Nitti, f. 29, 3. Circa il formalismo su cui si insistette dopo la riorganizzazione dell’esercito, è interessante notare come in una circolare del 7 febbraio 1918 Min. della Guerra circa l’ «Azione educativa e disciplinare e propaganda patriottica nell’esercito» si raccomandasse per prima cosa agli ufficiali, oltre all’esercizio della disciplina, la «correttezza nella uniforme, nel saluto, nel tratto, nelle  compagnie, nei discorsi»; solo in seguito veniva affrontato il problema dell’ «opera educativa», da svolgersi quotidianamente, in ogni luogo, con parole semplici. Già in gennaio Diaz aveva inviato una comunicazione ai comandi, in cui veniva segnalato con deplorazione come, in occasione delle visite al fronte di unità alleate, alcuni ufficiali avessero destato un’ impressione poco favorevole per la tenuta dell’uniforme e le barbe eccessivamente lunghe e per il contegno tenuto a mensa. (circolare 10/11918). Anche il comando della V Armata aveva biasimato la tenuta di vari militari (- barbe lunghe – capelli lunghi – sciarpe al collo – cappotti aperti o semi abbottonati) (23/1/1918); e un’altra rimostranza era stata rivolta alle truppe d’assalto da parte del comando della 69· Divisione «per l’abitudine di portare i capelli molto lunghi, sporgenti sulla fronte di sotto il copricapo» (26/4/18).

 

Sono innumerevoli le testimonianze che descrivono l’esultanza delle popolazioni contadine dopo Caporetto  (non solo nell’antico Lombardo Veneto, ma anche di altre regioni, comprese quelle Meridionali – di fronte all’ipotesi di invasione austriaca (Diaz ne avvertiva allarmato Orlando il 24 novembre 1917 cfr. PC, 19.6.5). Nelle campagne milanesi, ad esempio – scriveva un amico al giornalista Tullio Giordana – «in molti luoghi si è fatto il risotto e si son fatte delle sbornie per festeggiare la venuta in Italia degli austriaci.  dal libro

 

La situazione degli approvvigionamenti all’interno del paese diveniva infatti sempre più grave, e le famiglie se ne lamentavano con i soldati: «Ora verrà la requisizione generale a tutte le case [ … ] Poveri noi, come possiamo vivere più [ … ] io non so dove mettere la testa, con tanti figli in famiglia come faremo?»; « … ci danno del pane che non si sa che cosa contenga. Vogliono farci morire tutti … Sono stanca proprio di tutto, e se non finirà, non so dove andremo a finire. Novità? Miseria dappertutto. I viveri mancano tutti i giorni e le famiglie sono ridotte alla miseria». «Tutte le sere andiamo a letto senza cena e senza neanche una briciola di pane. Se tu vedessi come siamo ridotti, ne piangeresti di dolore.

Nelle nuove posizioni (di qua dal Piave), nelle quali l’esercito italiano aveva dovuto stabilirsi (trincerarsi), il soldato italiano doveva trascorrere i suoi giorni in trincee improvvisate, senza poter fruire di ricoveri, in condizioni ambientali pessime. In aggiunta a questa situazione, non facilmente modificabile nel breve periodo, altri fattori, legati in gran parte all’incapacità organizzativa dello Stato, rendevano particolarmente difficili e gravose le condizioni dei combattenti: per prima cosa, l’insufficiente equipaggiamento di cui era fornito il soldato, sia nelle montagne che nelle stesse zone di pianura; intorno a Venezia, ad esempio, «nell’umido letale della laguna, con un freddo di 15 gradi ed oltre sotto zero, c’è ancora truppa che dorme la notte sotto le tende o calzata con calze di cotone o senza biancheria di flanella o con indumenti addirittura impari al clima, alla zona, alla stagione. Non è raro incontrarne in calzoni di tela ».

Insieme al freddo si era poi ripresentato il pericolo della fame, in parte affrontato e risolto nei mesi precedenti. Se nel passato c’erano stati dei problemi per il rifornimento dei beni di sussistenza alle truppe, questi infatti si erano ingigantiti dopo la rotta. Ma anche in questo caso la situazione era soprattutto da imputarsi all’incuria dei comandi e delle autorità politiche. «Il soldato mangia poco e male», si legge in un appunto del 5 dicembre I917, sempre scritto per Nitti, nel quale si accusava il ministro della Guerra, Alfieri, di non aver compreso la gravità del problema e l’urgenza di una sua risoluzione. Né era possibile per molti acquistare beni di consumo, dato l’immutato livello della paga e quello, gonfiato invece dall’inflazione e dalla penuria dei beni, dei prezzi. Restavano, per sopravvivere, i pacchi inviati dai familiari (che se lo potevano permettere), o dagli enti di assistenza. Ma, come sappiamo, per ordine degli alti comandi, dopo Caporetto fu sospeso il servizio dei pacchi postali.

Riguardo al problema dei cambi e dei turni in prima linea, veniva riferito a Nitti che «si è ritornati alla vecchia trascuranza degli interessi e dei sentimenti dei soldati in proposito»; i cambi erano infatti, come in passato, rari e non regolari. Ma anche quando i soldati potevano godere di periodi di riposo, le truppe venivano fatte sostare in località quasi altrettanto pericolose della prima linea, venivano gravate da continue esercitazioni e alimentate in modo ancor più scadente che al fronte. Né diminuì sotto la gestione Diaz il rigore della giustizia penale; al contrario, per alcuni aspetti, essa divenne ancora più rigida, anche se meno casuale e ingiustificata che in precedenza. Inoltre, come se l’immagine degli sbandati dopo Caporetto avesse determinato nei comandi la spinta ad accentuare forme di esteriore decoro, in aggiunta alle punizioni più gravi, come riferivano gli informatori di Nitti, venivano anche esercitate «piccole vessazioni di cui i soldati hanno profondo risentimento. Vi sono molti comandi che fanno ancora questioni di bottoni, di sottogola ecc. a dei soldati che sono di ritorno dalla trincea (al rigorismo Cadorna si era aggiunto il formalismo Diaz, che prevedeva di vincere la guerra con la divisa in ordine e barba e capelli fatti, quando problemi insormontabili gravavano ancora sulla nostra resistenza al Piave).

Un ulteriore elemento di risentimento verso i comandi e il governo provenne inoltre dal fatto che i soldati italiani, entrati in contatto diretto con le truppe alleate giunte in Italia, poterono effettuare un confronto con il trattamento sia materiale che morale dei soldati inglesi e francesi. Con un semplice sistema di carrette, a costoro veniva infatti assicurato rancio sufficiente e caldo anche quando erano in marcia; ottenevano continui e immediati cambi dopo le azioni o le permanenze nei luoghi pericolosi; usufruivano di ben organizzate e prolungate licenze; erano infine ben vestiti, ben nutriti e ben pagati, mentre gli italiani erano privi di indumenti di lana, mal nutriti, mal pagati. Molto diverso era poi il rapporto tra i soldati e i loro superiori, improntato a un cameratismo del tutto sconosciuto in Italia.