La Madre di tutte le menzogne: le mani mozzate ai bambini in Belgio

La guerra è fatta, soprattutto di menzogne (oggi diremmo “bufale” o “fake”) che servono a spingere una, fino a quel momento riluttante, opinione pubblica verso la guerra. La più famosa di queste menzogne è, stata certamente, la sbalorditiva malvagità esternata dalle truppe tedesche in Belgio di cui le mani mozzate ai bambini è solo uno degli aspetti.

Seci soffermiamo su questa bufala, vecchia ormai cento anni, non è certo per velleità enciclopediche o per additare una recente pubblicazione che, incredibilmente, la riprende come vera. Da sempre le guerre sono accompagnate o precedute da accuse al “nemico” di turno presentato come un mostro capace di qualsiasi infamia: ma è solo con la Prima guerra mondiale – con la nascita l’irrompere dei quotidiani e delle cartoline a colori – che la creazione di falsi di guerra diventa una vera e propria industria assoldando grafici di grido, scrittori famosi, giornalisti…

Il primo prodotto di questa industria è stato, appunto, la leggenda dei “bambini belgi con le mani mozzate dai tedeschi”. Una bufala, una menzogna, che ha avuto un impatto emotivo enorme (il compianto giornalista Alessandro Curzi, ad esempio, ricordava che suo padre, socialista e da sempre contrario alla guerra, nel 1915 divenne interventista, quando apprese dai giornali questa “notizia”) e che ha contribuito in modo determinante a far precipitare l’umanità in una guerra costata milioni di morti.

E dire che se c’era una nazione che, veramente, mozzava le mani ai bambini, questo era il Belgio (ma non vogliamo rovinarvi il finale di questo articolo).

 

Il Rapporto Bryce

Tutti le campagne mediatiche per avere successo devono contenere almeno due elementi: una storytelling, e cioè un episodio – di grande impatto emotivo – che suggerisce un “concetto” (ma su questo termine ci ritorniamo) e una autorevolezza di chi questo episodio narra (che, solitamente dissuade il “pubblico” dal verificare la veridicità dell’episodio). Ad esempio, la storytelling dei “neonati strappati alle incubatrici nel Kuwait dai soldati iracheni” raccontata da “Nayirah” – una “infermiera del Kuwait” – fu considerata da molti “attendibile” non già dalla dichiarazione di questa anonima “infermiera” (che poi si scoprì essere la figlia di Saud Nasir al-Sabah, ambasciatore del Kuwait negli USA, e istruita dall’agenzia di pubbliche relazioni Hill & Knowlton,) ma dalla circostanza che nessuno della Commissione senatoriale USA (davanti alla quale fu pronunciata) osò metterla in dubbio. Oggi, generalmente, la veridicità della notizia è garantita dalla televisione e dai suoi ineffabili “corrispondenti di guerra”: personaggi in qualche caso subdoli che, dopo aver diffuso evidentissimi falsi – ad esempio, le “fosse comuni di Gheddafi “- quando questi falsi sono universalmente riconosciuti tali, per garantirsi una “verginità”, dichiarano di “essere stati ingannati”.

Cento anni fa l’autorevolezza della “notizia” fu garantita dal ponderoso “Rapporto Byrce”, (qui è possibile leggere il documento in originale) – redatto, nel dicembre 1914, dal “Comitato di indagine per indagare le voci sulle atrocità in Belgio” nominato dal primo ministro inglese Herbert Asquith e diretto dal visconte Lord James Bryce – che riportante mostruose atrocità commesse dai soldati tedeschi in Belgio (persone stuprate, crocifisse, impalate, accecate… donne sgozzate e/o con mammelle amputate… ma, soprattutto, bambini con mani mozzate) divenne ben presto un best seller.

Subito tradotto in 30 lingue dal governo inglese, il Rapporto Bryce, (anche grazie a veementi promotori come lo scrittore Arthur Conan Doyle, il creatore di Sherlock Holmes) conobbe varie “versioni”. In Italia, ad esempio, sia il “Corriere della sera” sia “Il “Messaggero” ne stamparono una edizione “popolare” arricchita con varie illustrazioni che allegarono al giornale. Da qui il libro di Achille De Marco “Sangue belga” che descriveva, con una fantasia davvero perversa, tutta una serie di mutilazioni tra cui “bimbe mutilate dei piedi e obbligate a correre sui moncherini per il passatempo spirituale della soldataglia tedesca”. Curiosamente, questo “episodio” non era riportato nel Rapporto Bryce – che il de Marco assicurava essere la fonte del suo libro – ma fu comunque ampiamente ripreso dalle successive “edizioni popolari” del Rapporto. Stessa sorte per altre “resoconti” quali quelli – divulgati dal “Financial Times” attestanti che  lo stesso Kaiser aveva ordinato di torturare bambini di tre anni, specificando – tra l’altro – quali torture dovessero essere eseguite.

Innumerevoli sono state poi le “raffigurazioni” attestanti le atrocità riportate nel Rapporto. Soprattutto cartoline illustrate a colori, come quelle realizzate dall’illustratore italiano Enrico Sacchetti; le più conosciute restano, comunque quelle commissionate dallo Stato maggiore francese al disegnatore Francisque Poulbot: si stima che la serie più famosa delle cartoline di Poulbot sia stata stampata in quattro milioni di copie.

 

L’attendibilità del Rapporto Byrce

Finita la prima guerra mondiale, i documenti originali delle deposizioni dei “testimoni belgi” (tutti anonimi) che costituivano il Rapporto Byrce rimasero secretati. Non fu questa l’unica stranezza che insospettì gli storici. Verosimilmente, c’era anche la curiosità di sapere come avessero fatto i membri della commissione di indagine coordinata da Byrce a gironzolare in un Belgio occupato dall’esercito tedesco e a incontrare così tante persone disposte (se pur anonimamente) a testimoniare. Fu per questo che alcuni ricercatori – Harold Laswell, Arthur Ponsonby, H. Grattan… e, sopratutto, lo storico belga Fernand van Langenhove – ripercorsero le aree del Belgio (distretto di Liegi, Valle della Meuse, Aarschot,, Mechelen, Louvain…) menzionate nel Rapporto come teatro degli efferati crimini commessi dai tedeschi. Ma non trovarono alcuna conferma di tali accuse. Analogo risultato quando indagarono sul “famoso” episodio che, a detta del Rapporto Byrce si era verificato nel villaggio di Sempst (tredici bambini violentati e poi finiti con le baionette) che fu poi smentito dal sindaco Peter van Asbroeck e dal Segretario del Comune, Paul van Boeckpourt. Ma da cosa era nata la leggenda delle mani mozzate ai bambini? Secondo Fernand van Langenhove a darne la stura fu il sermone di un sacerdote (tale Pierre Gassel nel distretto di Termonde) che raccontò ai suoi fedeli di un bambino che lo aveva avvicinato per chiedergli quale preghiera innalzare a Gesù per fargli crescere le mani mozzate dai Tedeschi.

L’inattendibilità del Rapporto Byrce non significa, certo, che non vi furono esecuzioni sommarie, o altri crimini, commessi dalle truppe di occupazione tedesche. Esecuzioni dettate anche dalla paranoia imperante tra le truppe tedesche (che vedevano nelle numerose feritoie che costellavano i muri delle case belghe – in realtà “fori in muratura” destinati a fissare le impalcature per gli imbianchini delle facciate) una postazione per cecchini. Paranoia, tra l’altro, istituzionalizzata da autorevoli opinionisti tedeschi come il professore universitario B. Händecke che su quotidiani come “Nationale Rundschau” spiegava che la crudeltà belga era già iscritta nell’arte fiamminga.

 

I falsi di guerra

La leggenda dei bambini con le mani mozzate, oltre che per il suo enorme impatto nell’opinione pubblica (In Italia, uno dei pochissimi studiosi che denunciò la falsità di questa accusa fu Benedetto Croce) merita di essere analizzata perché si basa su un aspetto che caratterizzerà fino ai nostri giorni i falsi di guerra: l’illogicità  del gesto. Come evidenziò Fernand van Langenhove, abbandonarsi ad atrocità sistematiche e di massa contro la popolazione di un paese occupato, addirittura accanirsi contro la sua fascia più vulnerabile – i bambini, appunto – non solo non ha nessuna valenza militare ma impedisce che si crei nella popolazione occupata quella rete di collaborazionisti che da sempre caratterizza le occupazioni. Certamente queste, in una primissima fase, si impongono, spesso, con un “accorto” uso del terrore (esecuzioni di esponenti politici o militari, di resistenti e, in qualche caso rappresaglie contro le famiglie di questi);  ma caratterizzare una occupazione con una campagna di indiscriminato terrore disseminata di gratuite atrocità servirebbe solo a rinsaldare nella popolazione uno spirito di vendetta e a garantire la nascita di un movimento di resistenza.

Nonostante ciò, innumerevoli, illogiche, menzogne di guerra (basti pensare ai cecchini di Assad che sparano sulle donne incinte), propagandate da “autorevoli” media, anche oggi, vengono prese per buone da gran parte dell’opinione pubblica. Come è possibile? Tra gli studiosi che si occuparono di questo fenomeno, un posto di rilievo spetta, certamente allo storico Marc Bloch che, nel 1921, pubblicò il libro “La guerra e le false notizie”, un testo ancora oggi illuminante per capire su quali meccanismi i creatori di falsi di guerra basino il loro agire. “Solo grandi stati d’animo collettivi hanno il potere di trasformare in leggenda una cattiva percezione. – dichiara Bloch – “Una falsa notizia nasce sempre da rappresentazioni collettive che preesistono alla sua nascita; la sua messa in moto ha luogo soltanto perché le immaginazioni sono già preparate e in silenzioso fermento.”

Una menzogna di guerra, quindi, serve sostanzialmente a cementare tutto un corpus di credenze già imposte all’opinione pubblica. E parliamo, quindi, del “concetto” sopra menzionato. Per il “Maestro delle menzogne di guerra” – Joseph Paul Goebbel’s –  principale finalità delle menzogne e della propaganda di guerra è trasmettere un senso di insicurezza, di minaccia, nell’opinione pubblica: il “mostro” colpevole di atrocità non deve essere solo “punito” ma deve essere “fermato” prima che queste atrocità dilaghino arrivando a colpire l’inerme lettore (oggi telespettatore). Anche perchè il “mostro” ha sempre a sua disposizione una “quinta colonna” (pacifisti, disfattisti,comunità etnico- religiose…) o diaboliche armi capaci di seminare distruzione nel paese del telespettatore. E se questo senso di insicurezza è già presente nell’opinione pubblica le menzogne di guerra dimostrano una eccezionale efficacia.

Agli albori della Prima guerra mondiale la costruzione di un “nemico” capace delle più turpi efferatezze che se non lo si fosse fermato in tempo sarebbero dilagate dovunque fu affidata (sopratutto in Italia, fino ai primi mesi del 1915 alleata dell’Impero austro-ungarico) ad una torma di giornalisti che furono letteralmente comprati da emissari del governo francese o inglese e/o da gruppi industriali bramosi di lucrare sulle commesse militari. L’operazione mediatica – lo “stupro del piccolo e pacifico Belgio” – fu accompagnata da innumerevoli manifestazioni culminate nel “maggio radioso”. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò in guerra.

Ironia della sorte, come si accennava prima, se c’era un “paese” colpevole di aver mozzato le mani ai bambini, questo era il Belgio. Nel Congo, fino al 1909 proprietà privata di Leopoldo II re del Belgio i soldati belgi per costringere le popolazioni a raccogliere nelle foreste il Caucciù e consegnarlo agli agenti della Société Générale de Belgique non esitarono a mozzare le mani di migliaia di bambini. Un abominio, accompagnato dallo sterminio – in 23 anni – di circa 9 milioni di congolesi, che aspetta ancora di essere ricordato in qualche museo o Giornata della Memoria.