Il soldo del soldato

Il soldo al soldato

Il decalogo del coscritto

  1. Non sparare sui tuoi fratelli lavoratori
  2. Non ti prestare a fare da krumiro
  3. Non odiare nè la patria tua, nè quella degli altri. Ama la patria dei lavoratori che è il mondo intero…

Il “Soldo al soldato”. La sua costituzione e il suo scopo

Tra la gioventù operaia, nel Partito Socialista, nelle organizzazioni del proletariato, la nostra Federazione di giovani socialisti va svolgendo da tempo una viva campagna per la formazione di un nuovo organismo di propaganda e di azione che avrà il nome di “soldo al soldato”.

Questa istituzione funziona già in Francia, con ottimo esito, per mezzo della Confederazione Generale del Lavoro, fin dal 1900. Essa ha in massima lo scopo di “affermare i sentimenti di solidarietà operaia, per evitare ai giovani soldati le sofferenze dell’isolamento e l’influenza demoralizzatrice della caserma”, stabilendo perciò che “i giovani lavoratori, chiamati al servizio militare, devono essere posti in relazione con i segretari delle Borse del lavoro della città dove siano di guarnigione”.

Vedremo più avanti, ed in modo più dettagliato, quando avremo esposto la ragione e lo scopo della istituzione di cui parliamo, quale sia la sua costituzione ed il suo funzionamento. Ricordiamo ora che la nostra Federazione, mentre ha sempre invitato ed esortato caldamente le organizzazioni economiche ad iniziare e promuovere la costituzione del “soldo al soldato” per tutti i giovani operai organizzati, ha pure deciso, dopo l’ampia ed entusiastica discussione svoltasi nel nostro ultimo Congresso Giovanile Nazionale di Bologna, di affrontare anche l’applicazione concreta di questa nuova forma di propaganda, promuovendone l’istituzione per i propri soci, iscritti ai numerosi circoli giovanili socialisti e alle Federazioni regionali; stimando opportuno dopo la doverosa preparazione, di venire ad un primo esperimento pratico di azione e dare l’esempio alle altre organizzazioni.

Noi possiamo dunque annunziare che, nonostante l’ostilità spiegabilissima del governo borghese e le misure di precauzione delle autorità militari, il “soldo al soldato” diviene un fatto compiuto; e facciamo appello al buon volere di tutti i compagni giovani e adulti perchè la nuova istituzione si sviluppi rapidamente e divenga florida e poderosa, perchè essa sia presto nelle mani del proletariato un’arma efficacissima di lotta contro le ubbriacature patriottiche e le follie militaristiche volute dalla borghesia e dal governo.

Ed in queste pagine di propaganda intendiamo richiamare e riaffermare i capisaldi del nostro pensiero antimilitarista, perchè ci siano di guida nel tracciare le linee dell’azione che si esplica nel “soldo al soldato”. Diffondano i compagni i nobili principii della propaganda socialista contro il militarismo, e parlino nelle adunanze, nei comizii, nelle conversazioni, dell’efficacia del “soldo al soldato”. La nostra Federazione attende da tutti, anche dai più umili, l’adempimento di questo dovere.

Socialismo e militarismo

La Società nella quale viviamo, sotto l’apparenza della libertà e della giustizia per tutti, si basa sopra una continua e sistematica sopraffazione esercitata dai più forti sui più deboli. Questa sopraffazione si esplica a danno di coloro che debbono lavorare per vivere, e che non posseggono altro che le proprie braccia e la propria attività per soddisfare i bisogni dell’esistenza. A danno di questa immensa maggioranza una parte privilegiata dell’umanità, costituita dai ricchi, proprietari della terra, delle case, degli stabilimenti industriali, esercita un odioso sfruttamento accaparrandosi tutte le gioie della vita e privandone la grande massa lavoratrice.

Questo stato di cose che gli amici del regime attuale, coloro che ne sono i beneficiati, chiamano col nome di civilità e di ordine, altro non è che il risultato di una continua violenza esercitata dalla classe dei potenti contro l’elementare diritto che hanno tutti gli esseri umani alla vita e ad un’equa parte della felicità che essa può dare; questo stato di cose – contro il quale insorge il socialismo – porta le tracce ed ha i caratteri della violenza che lo ha instaurato nelle prime epoche storiche, e non ha fatto poi nel corso dei secoli che ingentilirsi nelle forme esteriori, serbando però nel fondo la sua essenza brutale. E come ogni sopraffazione si regge col mezzo del continuo impiego della forza bruta, anche il cosidetto “ordine attuale” si conserva e si appoggia sulla forza: e la forza di cui dispone la moderna borghesia, l’arma decisiva che è oggi a disposizione del capitalismo ingordo per soffocare le aspirazioni dei lavoratori ad una società più giusta, od anche ad un trattamento appena meno inumano dell’attuale, questa forza e quest’arma si chiamano colla parola maledetta: “militarismo”.

Il socialismo, che rappresenta appunto la irresistibile tendenza esistente nella classe operaia a sottrarsi all’odierno sfruttamento e a creare una nuova forma di vita sociale nella quale non vi sono più imposizioni o violenze reciproche tra uomini o gruppi di uomini, il socialismo, non appena affronta non solo questo immenso problema, ma anche una qualsiasi delle quotidiane lotte per miglioramenti nelle condizioni di vita degli operai, si trova di fronte quel suo naturale nemico: il militarismo, cieco e feroce strumento di conservazione e di reazione.

Il socialismo, esplicantesi nella incessante lotta della classe lavoratrice contro la classe padronale, lotta che diviene sempre più aspra e che ci condurrà alla vittoria finale del proletariato, trova un formidabile ostacolo in questo fenomeno: che la parte migliore, più giovane, più forte della classe operaia, requisita dalla borghesia ed inquadrata negli eserciti, diventa fatalmente il baluardo più saldo della classe capitalistica, che schierando i lavoratori contro i lavoratori, i fratelli contro i fratelli, procede, pur di difendere e conservare il suo barbaro diritto all’ozio, tra la selva delle baionette che impugnano in sua difesa i giovani proletari militarizzati ed incoscienti.

Con la brutale educazione della caserma la borghesia fa dei giovani, ingenui lavoratori i suoi migliori e più devoti servitori; instillando nell’animo loro il veleno militarista, e l’odio contro gli altri rei di vivere in un paese posto al di là delle Alpi e del mare.

Ebbene, occorre che noi ci difendiamo contrapponendo alla forzata educazione militaresca la più fervida propaganda contro il militarismo e spingendola fin dentro le tetre mura della caserma, là dove quotidianamente la borghesia lavora contro la nostra opera di redenzione, e contro i nostri ideali di fratellanza.

Con una infinità di menzogne si tenta dai borghesi di ogni parte la giustificazione del principio militarista. E perciò le idee da noi propugnate possono ad alcuni sembrare eccessive od errate: la nostra propaganda deve dunque saper spezzare e demolire quelle menzogne e quei pregiudizi, diffusi purtroppo anche negli operai. Noi ripeteremo sempre che il militarismo è oggi soltanto uno strumento di classe nelle mani dei governi borghesi. La borghesia, che non vuole nè può confessare questo, asserisce che gli eserciti servono a difendere ed a rendere potente la patria . Ma la stessa borghesia non esita affatto quando, come a Roccagorga, trova comodo impiegare i suoi soldati contro i lavoratori, che pure son figli della stessa “patria”, ma che hanno il grave torto di pretendere da loro signori un trattamento meno inumano!

La “difesa della patria” non è che una frase destinata ad ingannare i popoli ingenui, e a nascondere le losche ragioni che inducono i governi di tutte le nazioni a gareggiare in una folle corsa agli armamenti ed ai preparativi guerreschi. E le vere ragioni sono queste: la violenta difesa del capitale contro le aspirazioni dei lavoratori: la necessità di soddisfare l’insaziata ingordigia degli affaristi, fornitori, industriali, che vivono attorno al militarismo (e si sottraggono così danari spremuti alla massa affamata, ad altri scopi più civili); soprattutto la formazione della artificiale sentimentalità patriottica negli operai, che tende a sottrarli agli effetti della propaganda rivoluzionaria, e a far loro dimenticare, scagliandoli ubbriachi contro il cosidetto straniero, la lotta contro il nemico vero, vicino, terribile, spietato, che si annida entro i confini della “patria” e si chiama “padrone”.

Il militarismo nella sua forma più odiosa: la coscrizione obbligatoria, è nato con la borghesia, è stato instaurato da essa. Prima della rivoluzione francese, le guerre erano condotte da truppe mercenarie assoldate dai principi in lotta per il predominio. Nell’epoca delle guerre per l’indipendenza gli eserciti erano composti in massima parte di volontari, mentre le truppe regolari costituivano piuttosto il mezzo col quale le monarchie sfruttarono abilmente le aspirazioni di autonomia dei popoli per accrescere i loro dominii. Ma quelle aspirazioni all’autonomia nazionale sono oggi troppo lontane da noi, sono state sorpassate da un sistema tutto diverso di tendenze e di idealità che hanno nel socialismo la loro massima espressione e formano il programma dei lavoratori d’ogni paese. Questi cominciano a comprendere finalmente che non hanno nessun motivo di massacrarsi tra loro per raggiungere il solo scopo di cambiar di padrone e di sfruttatore. La strombazzata necessità della “difesa del territorio nazionale” è ormai solo una menzogna messa in campo per strappare sangue e milioni ai popoli incoscienti. Non v’è distinzione possibile tra “offesa” e “difesa” nella guerra moderna; tutto dipende dai cavilli dei diplomatici. Una guerra europea non sarebbe mai l’aggressione di una nazione contro un’altra, ma piuttosto la consequenza di ingordigie territoriali e finanziarie da una parte e dall’altra. Il magnifico libro di Normann Angel: “La grande illusione” ha dimostrato che una tale guerra sarebbe un disastro anche per le stesse classi dominanti in entrambe le nazioni: la vinta e la vincitrice.

Quanto alle guerre di conquista, gli stessi assertori del patriottismo dovrebbero ripugnare dell’usurpazione della patria altrui; noi socialisti vediamo in esse il mezzo per soddisfare le avidità imperialistiche del capitalismo, a spese del proletariato che dà per quelle imprese il proprio sangue e il proprio denaro, senza ricavarne altro che amare delusioni.

In ognuna delle sue manifestazioni il militarismo è dunque un’arma a difesa della borghesia; direttamente e indirettamente esso ferisce sempre le classi operaie e le conduce a dilaniarsi follemente tra loro, avvelenando lo sviluppo di fratellanza umana. Al militarismo noi neghiamo qualunque riconoscimento anche astratto e teorico: non vogliamo riformarlo ma abbatterlo, perchè patria e nazione, borghesemente intese, sono per noi termini oltrepassati da che abbiamo aperto gli occhi all’inganno che nasconde dietro quei nomi le più losche tendenze degli autentici avversari del proletariato e del suo avvenire socialista.

La nostra propaganda

Riconosciuta questa antitesi profonda e insuperabile fra le nostre aspirazioni e l’influenza continua, tenace del militarismo, il nostro dovere è di cercare ogni mezzo di difendere la diffusione delle nostre idee e contrastare il passo a quel nostro naturale nemico.

Per avere un proletariato adatto alla lotta di classe e cosciente dei suoi destini è indispensabile dunque, sottrarlo alla nefasta educazione patriottarda. E la diffusione delle idee antimilitaristiche è il primo dovere del Partito Socialista, dei suoi propagandisti e di tutti i suoi militanti. L’interesse immediato, materiale e morale, di ogni lavoratore è di convincersi di quelle idee e diffidare delle menzogne che sparge ad arte la borghesia per compiere la sua opera di deviazione dell’attenzione degli operai dai veri problemi di cui dovrebbe interessarsi nel campo economico e sociale.

Si persuadano gli operai che anche le organizzazioni di mestiere non possono assolvere i loro compiti quando negli scioperi e nelle agitazioni la forza armata milita dalla parte del padrone. Pensino le donne operaie al mostro sanguinoso che abbatte e stronca i loro figli, i loro sposi, i loro fratelli; e tutta la immensa famiglia del lavoro sia solidale nella nostra guerra al militarismo, che risponde alle necessità vive, incancellabili di tutti quelli che vivono oggi lavorando e soffrendo.

Era necessario portare la voce della propaganda socialista fra una speciale classe di operai: tra i giovani destinati ad essere gli strumenti incoscienti di questo loro nemico, tra i candidati alla caserma, tra coloro che la borghesia prepara a bagnarsi di sangue fraterno.

Questo compito assolve con ogni sua forza la nostra Federazione di Giovani Socialisti, che può già essere orgogliosa del suo passato di lotta e delle fiere battaglie sostenute, tra cui la campagna condotta contro l’infausta guerra di Tripoli, che tante giovani vite operaie ha falciate, tanto sangue e tante lacrime è costata al popolo infelice d’Italia. Oggi noi vogliamo fare un altro passo: persuasi che non conviene abbandonare il giovane coscritto, per quanto già preparato, all’influenza demoralizzatrice della caserma, noi ci proponiamo di seguirlo fin là, di accompagnarlo ed assisterlo nel dolore e nello sconforto, di tener viva nel suo cuore la fiamma dell’idea, che sola potrà fermare la sua mano quando gli additeranno il petto dei fratelli di sfruttamento e di dolore, quando si vorrà scagliarlo contro le conquiste della rossa bandiera proletaria, che prima lo ha accolto sotto di sè, che lo ha innalzato alla dignità di uomo, togliendolo dall’abiezione riservata oggi a chi nasce povero. Non dimenticare! – noi vogliamo dire al giovane soldato – non dimenticare che sotto questa divisa (che) non hai scelta, ma che ti è stata imposta, tu sei ancora e sempre un lavoratore, un reietto della società e che domani la mentita adulazione della classe che tu dovresti incoscientemente sostenere nelle sue sopraffazioni, si cambierà in disprezzo feroce, e le armi che oggi impugni le ritroverai puntate contro il tuo petto, quando, ripresa la rozza blusa dell’operaio, andrai a reclamare un po’ di pane in cambio del tuo lavoro…

Questo vogliamo fare, questo faremo fin dove le forze ci basteranno col “Soldo al Soldato”.

Il soldo al soldato

L’educazione della caserma si sforza di creare una psicologia tutta speciale, tendente a trasformare gli uomini in bruti e violenti. Molte volte i nostri giovani compagni in quell’ambiente odioso si sentono isolati senza una voce amica che possa per un momento innalzare l’animo loro ad una visione più nobile e più alta. Spesso essi sentono il bisogno di essere sorretti e consigliati, di conoscere, nel luogo ove prestano servizio, compagni con i quali trovarsi nelle ore di libertà e poter discutere, parlare del socialismo, essere messi al corrente degli avvenimenti che interessano la classe operaia e il partito. Ebbene ci riuscirà facile soddisfare questi legittimi desideri, coltivare quelle buone tendenze. D’ora in avanti, per mezzo della nuova istituzione, i circoli giovanili non si dimenticheranno dei soci che sono a fare il soldato, invieranno loro lettere, giornali, anche soldi: li metteranno in relazione con i compagni del luogo ove prestano servizio, che potranno aiutarli, tenerli al corrente di tutto, in modo che sia loro alleviata la dura vita della caserma e proseguita la loro educazione socialista. Nello stesso tempo il Partito e l’organizzazione giovanile potranno essere informati degli abusi che si commettono nelle caserme e delle prepotenze di cui sono vittime i nostri compagni, e potranno impiegare tutti quei mezzi di azione che possono garantire ad essi un trattamento più giusto.

E’, come si vede, una intensa comunione di idealità, di rapporti continui fra i rimasti ed i partiti, rapporti che dovranno spronare i coscritti a compiere un’altra opera: quella di penetrazione fra i soldati non socialisti, fra quelli che sono entrati nella casema vergini di ogni idea politica, che non sanno che cosa sia organizzazione, che ignorano la parola del socialismo; e peggio ancora sono schiavi dei pregiudizi religiosi e patriottici.

La continua, ferrea disciplina, l’essere considerati un numero desterà in essi il latente spirito di ribellione e le aspirazioni alla libertà; sarà dunque il momento di illuminarli e conquistarli a noi, sottraendoli alla demoralizzazione militaresca.

E le occasioni per seminare le nuove idee non mancheranno mai al militante socialista: “Le cerimonie cortigianesche –riassumiamo ciò che scriveva tempo fa Sylva Viviani – le commemorazioni sanguinarie, i discorsetti dei superiori, untuosi verso i soldati, aggressivi contro il socialismo, tolleranti e melliflui verso il prete, eccitanti all’odio verso qualche nazione straniera, sono tutte occasioni per il socialista a parlare, chiarire, spiegare… nei conversari discreti. Spiegare, quando l’occasione si presenta, cosa sono gli scioperi operai ed agricoli, le loro cause ordinarie, i mezzi per condurli alla vittoria, l’organizzazione nelle leghe, la resistenza, la solidarietà, gli interessi degli operai e dei contadini e gli interessi invece opposti della borghesia e del padrone.

Fare l’elogio del lavoro, insistere sull’organizzazione che unisce le forze a difesa degli interessi individuali e al tempo stesso conferisce prestigio al lavoro. Poi allargare la sfera delle idee, spiegare come il lavoro e l’organizzazione siano l’origine della solidarietà fuori del comune e della patria, dimostrando così come i contadini e gli operai d’Italia, Austria, Germania, ecc., non possono e non debbono combattere in guerra tra loro; anzi debbono opporsi alla guerra.

Tutto questo noi lo possiamo ottenere con il “Soldo al Soldato “.

Avanti!

Quale socialista vorrà rifiutare il suo concorso a questa nostra propaganda, oggi che imperversano su tutta l’Europa le follie bestiali del militarismo, e che in Italia esso ha celebrati, con la guerra libica e nelle repressioni poliziesche, i suoi peggiori saturnali? Qualunque altra azione passa in seconda linea di fronte alla necessità di resistere alla bufera che ci investe, di far fronte al turbine della reazione, col quale la borghesia guerrafondaia ha tentato di respingerci nelle tenebre del passato, inalberando a Tripoli la forca a fianco del tricolore, come simbolo della sua civiltà, rispondendo col piombo e la mitraglia al popolo affamato, tentando di soffocare la nostra idea di redenzione con la ubbriacatura patriottica della gazzarra tripolina, e con le gesta servili dei suoi sbirri e dei suoi magistrati. Uniamoci per mostrare ai nostri nemici che il socialismo non indietreggia e non cede, ma risorge più forte e sicuro da tutte le insidie, e proviamo, invadendo con la nostra propaganda anche la caserma, che in questa società vile e in dissoluzione, dovunque, anche nel cuore delle sue ultime difese, chiamati dalla squilla di una nuova diana, sempre più numerosi e decisi insorgono i ribelli.

Opuscolo a cura della federazione Italiana Giovanile Socialista aderente al Partito Socialista Italiano, Roma, Società Tipografica Italiana, 1913