Percorsi

Illustration-showing-two--006

 

Il sito, come la mostra, è suddiviso in 16 percorsi. Aree tematiche – arricchite da approfondimenti, video, ebook… – nelle quali più che un approfondimento degli avvenimenti che scandirono la tragedia della Prima guerra mondiale, vogliamo evidenziare ciò che di simile c’è in alcune tendenze in atto: la guerra come inevitabile sbocco di questo sistema economico; la repentina  accettazione della guerra anche da parte di insospettabili forze politiche e culturali; la preparazione alla guerra come fucina di un regime sempre più autoritario…

 

Per prenotare la mostra nella vostra scuola o per realizzarla, clikkate qui

 

 

 

 

 


 

 01m1. Cento anni di guerre

Riuscirono a convincere milioni di uomini che c’era un nemico da combattere, una patria da servire, un onore da difendere… Con una guerra, uccidendo e facendosi uccidere.

Ma era solo per conquistare nuovi mercati per i loro capitali, per ingigantire i loro profitti, irreggimentare i loro operai…

È così da almeno cento anni. È così anche adesso.

Ve lo raccontiamo qui. Ci sembra questo il modo migliore per commemorare la Prima guerra mondiale.

E cento anni di guerre.

 

 

 

 

 

 

 

 

 


02m

2) Doveva essere guerra

Non fu certo l’attentato di Sarajevo (l’uccisione di Francesco Ferdinando, erede al trono dell’Impero asburgico) la vera causa dello scoppio della Prima guerra mondiale. A determinarla fu la lotta tra le potenze imperialiste europee per accaparrarsi le spoglie dell’Impero ottomano e il tentativo di sfuggire ad una crisi economica e sociale attraverso la conquista di nuovi mercati.

Le potenze dell’epoca, (in primo luogo, Gran Bretagna e Francia) avevano già colonizzato gran parte del mondo per accaparrarsi materie prime e  per costituirsi mercati protetti per le merci e i capitali. Mentre la Germania – diventata una potenza industriale solo nella seconda metà del XIX secolo – pretendeva una diversa spartizione coloniale  e nuovi rapporti di forza in Europa. Nasce da qui il conflitto tra le potenze della Triplice e quelle dell’Intesa che già avevano condotto “per procura” sanguinosi conflitti.

Nei Balcani – ad esempio – Serbia, Bulgaria e Grecia – strozzate dal cappio del debito che avevano stipulato con le banche francesi e austriache – si erano combattute per anni; stessa sorte per i sudditi delle nuove colonie: Tunisia, Algeria, Sudan… E per l’occupazione del Marocco si era sfiorata la guerra tra Francia e Germania; in Libia, occupata dall’Italia nel 1911, la Francia armava i ribelli.

Sebbene tutti i governi sostenessero di voler evitare la guerra, tutti agivano nella direzione della sua deflagrazione. Ed infatti, nonostante, dopo l’attentato, la Serbia accettasse quasi tutti i punti dell’ultimatum austriaco, il 28 luglio, l’Austria dichiara guerra alla Serbia.

 

 

 


 

03m3 L’Italia poteva evitare la guerra?

Dopo la rivoluzione di ottobre 1917, i Bolscevichi pubblicarono sul giornale “Izvestija” i trattati segreti conservati presso il Ministero degli Esteri zarista. Tra questi il “Trattato di Londra”, stipulato (senza che il Parlamento italiano, in maggioranza neutralista, ne fosse informato) il 26 aprile 1915, dal governo Salandra.

Il trattato – firmato dal marchese Guglielmo Imperiali, ambasciatore a Londra – impegnava l’Italia ad entrare in guerra contro l’Austria ottenendo, in caso di vittoria, Trentino, Sud Tirolo, Friuli, Dalmazia, Albania e qualche colonia in Africa sottratta all’Impero tedesco.

Eppure, Vienna stava già accettando una proposta, presentata l’8 aprile 1915 dal ministro degli Esteri italiano Sidney Sonnino che, in cambio della neutralità italiana, prevedeva la cessione del Trentino-Sud Tirolo, la piena autonomia di Trieste (città libera, porto franco e università italiana) e una sorta di protettorato italiano in vaste zone della Dalmazia e in Albania.

Perché il governo italiano optò per la guerra quando avrebbe potuto ottenere, con la neutralità, sostanzialmente gli stessi territori?

 

 

 

 

 

 


04m

  1. 4) Un impero per l’Italia

L’Italia, giunta in ritardo all’unità nazionale, era stata interessata a ridosso della fine del secolo, da un processo impetuoso di sviluppo, fondato anche sul brutale saccheggio del meridione. Nel giro di pochi decenni lo sviluppo dell’industria e del capitale finanziario, ben oltre le capacità di assorbimento dell’asfittico mercato nazionale, imposero di cercare nuove possibilità di investimenti e di esportazioni in altri paesi. Ma la esistente divisione del mondo tra le altre grandi potenze e le capacità industriali e finanziarie di queste ultime lasciavano poco spazio alle mire espansionistiche italiane.

I tentativi di sottomettere, dopo l’Eritrea e la Somalia, il regno d’Etiopa si rivelarono un clamoroso fallimento con sonore sconfitte inflitte da parte delle popolazioni locali, mentre l’invasione della Libia nel 1911 richiese circa un trentennio prima di poter essere completata, a causa della decisa opposizione delle popolazioni locali e da ultimo dalla resistenza armata  guidata da Omar Muktar. Tutto ciò non impedì all’esercito italiano in tutte queste circostanze di rendersi protagonista di efferati crimini e di un vero e proprio genocidio. Questi due precari insediamenti in Africa non si rivelarono però particolarmente remunerativi per il nascente imperialismo italiano, quindi le attenzioni del governo e della borghesia si indirizzarono con maggiore intensità verso l’area balcanica e segnatamente la Dalmazia, il Montenegro e l’Albania ed in ultimo qualche area della Turchia che erano fondamentalmente controllate dall’impero austro-ungarico e da quello ottomano. Queste mire, quindi, contribuirono ad accelerare il percorso verso la guerra.

 

 

 

 

 

 

 


05m

5 Menzogne di guerra

Agli albori della Prima Guerra Mondiale, lo Stato Maggiore francese diffuse quattro milioni di cartoline, realizzate dal disegnatore Francois Poulbot, per attestare un crimine mai commesso: i soldati tedeschi, in Belgio, mozzavano le mani ai bambini. Era una  menzogna data per buona da giornalisti disponibili, per un pugno di lire, marchi, sterline, franchi…, a orientare l’opinione pubblica verso questo o quell’altro nemico. Interi giornali e gruppi editoriali erano su libri paga dei governi. Mentre in Italia comincia a delinearsi lo scontro fra interventisti e neutralisti, il Kaiser tenta di acquistare in blocco “Il Messaggero”, “La Stampa”, “Il Secolo”; dall’altra parte i servizi segreti francesi finanziano la nascita de “Il Popolo d’Italia” di Mussolini (già direttore del giornale socialista “Avanti!” e divenuto improvvisamente “interventista”); l’Inghilterra cerca di mettere le mani sul “Corriere della Sera”….

Da allora sono passati cento anni ma le cose non sembrano essere molto cambiate.

Oggi, per farci accettare una guerra sono mobilitate agenzie di “pubbliche relazioni”, reti televisive, giornali, siti internet, e persino alcune cosiddette “organizzazioni umanitarie”.

Inventano storie strazianti per convincerci che è indispensabile “fare qualcosa” contro lo “stato canaglia” o il dittatore di turno. E così, quando partono i bombardamenti, ci sentiamo quasi sollevati. Perché ci hanno convinto che, in fondo, non si tratta di un’altra guerra, ma di una sacrosanta “missione umanitaria”.

 

 

 


06m6) La guerra e la Seconda Internazionale

Agli albori del Novecento, i partiti socialisti (riuniti nella Seconda Internazionale) contano in Europa milioni di elettori, moltissimi militanti, parlamentari, circoli, cooperative, giornali, case editrici… Una forza mai raggiunta fino ad allora dal movimento operaio. Nel 1912, a Basilea, votano il “Manifesto contro la guerra” che li vincola a non appoggiare la guerra e, nel caso questa fosse scoppiata, a trasformarla in rivoluzione.

Ma, appena due anni dopo, il 4 agosto 1914, i socialisti tedeschi votano a favore dei “crediti di guerra”; quindi i socialisti francesi votano a favore della “difesa nazionale”; li seguiranno a ruota i laburisti inglesi  e altri partiti socialisti. Poche le eccezioni: in Italia, si oppone alla guerra la maggioranza del Partito Socialista; in Francia il leader socialista Jean Jaurès, (ucciso da un nazionalista il 31 Luglio) ; in Germania Ernst Friedrich, Rosa Luxemburg, Karl Liebknecht (per questo messi in carcere), i socialisti serbi, il partito socialista bulgaro e, sopratutto, la sinistra del partito socialdemocratico russo: i “bolscevichi”.

A Zimmerwald in Svizzera (5-8 Settembre 1915) si riuniscono in conferenza i pochi partiti ed esponenti socialisti rimasti contrari alla guerra. Scartata una mozione che riprendeva il Manifesto di Basilea, ne votano una complessivamente inconcludente che, pur denunciando la guerra “prodotto dell’imperialismo”, propone di “ripristinare la pace tra i popoli sulla base della pace senza annessioni e del diritto all’autodeterminazione”.

Mozione che, ovviamente, non soddisfaceva i più intransigenti come i bolscevichi. E saranno proprio loro, nel 1917, a trasformare la guerra in Rivoluzione.

 

 


 

07m7 “Né aderire, né sabotare”

Lo scoppio della guerra trova una classe dirigente italiana ancora scossa dalla “Settimana Rossa”, vasto movimento insurrezionale scaturito dall’eccidio di Ancona. Qui, il 7 giugno 1914, una manifestazione antimilitarista, in cui si chiedeva l’abolizione delle durissime Compagnie di Disciplina nell’Esercito e la liberazione di Augusto Masetti e Antonio Moroni, due soldati che si erano opposti alla guerra di Libia, si concluse con tre manifestanti uccisi. La rivolta nei giorni successivi si estese portando l’Italia ad un passo dalla rivoluzione.

Se una parte della borghesia italiana vedeva nella guerra anche una possibile via di salvezza dal pericolo della rivoluzione proletaria, restavano neutralisti i liberali di Giolitti (convinti che la certa dissoluzione dell’Impero Asburgico avrebbe comunque fatto ottenere vantaggi all’Italia) e buona parte dei cattolici.

Furono, invece, proprio le forze antimilitariste a dividersi: repubblicani, “social-patrioti”, molti “sindacalisti rivoluzionari” e qualche anarchico, si schierarono, con diverse motivazioni, a favore del conflitto.

Il Partito Socialista si oppose alla guerra ritenendola figlia dello scontro inter-imperialistico e si rifiutò di votare i crediti di guerra. Al Convegno di Bologna del maggio 1915 fu adottata la formula: “né aderire né sabotare”, frutto del compromesso tra l’ala moderata e la sinistra del partito. Una formula ambigua che si tradusse in un’agitazione parolaia e poco determinata tanto da ostacolare la crescita e la generalizzazione delle mobilitazioni spontanee contro la guerra dei lavoratori e dei contadini. Ciò nonostante, ci fu una dura repressione degli antimilitaristi e di tanti dirigenti del partito. A pagare di più furono i socialisti della frazione della sinistra rivoluzionaria che faceva capo a Bordiga, l’unica a difendere la posizione intransigente contro la guerra e la necessità della mobilitazione disfattista.

 

 


 

08m8 Gli intellettuali e la guerra

In Europa il desiderio prima, e l’adesione poi, alla guerra viene fatta propria – quasi sempre senza dubbi  né esitazioni – da tanti intellettuali che finiscono così per condizionare  pesantemente l’opinione pubblica. Rudolf Herzog, Paul Ernst, Thomas Mann e lo stesso Sigmund Freud si schierarono a favore dell’intervento.

In Italia, l’imminente massacro, salutato come “quarta guerra di Indipendenza” si sovrappone alla lunga stagione risorgimentale, con i suoi miti e la sua retorica: il Risorgimento come crogiolo della nazione; il mito garibaldino del “popolo in armi per interesse supremo della Patria”; un patriottismo declinato come nazionalismo; l’irredentismo come mito della liberazione dal giogo straniero delle “terre irredente” (Trento e Trieste) e, infine, il vagheggiamento dell’Impero, soprattutto dopo la Guerra di Libia (1911). Già a partire dal 1909, i Futuristi come Filippo Tommaso Marinetti, esaltano il dinamismo e l’“igiene del mondo” scaturita dalla guerra; aderiscono poi alla guerra Gabriele D’Annunzio, Ardengo Soffici, Giovanni Papini, Giuseppe Ungaretti, Carlo E. Gadda, Giovanni Pascoli. Quest’ultimo, di parte “socialista”, già nel 1911, aveva inneggiato a favore della guerra in Libia: “La grande proletaria s’è mossa”. Persino Ernesto Teodoro Moneta, Premio Nobel per la Pace 1907, si schierò per la guerra.

Giovanni Papini (Lacerba): “Ci vuole alla fine un caldo bagno di sangue. La guerra rimette in pari le partite… Fa il vuoto perché si respiri meglio… Amiamo la guerra ed assaporiamola da buongustai… La guerra è spaventosa ed appunto perché è spaventosa e tremenda e terribile e distruggitrice dobbiamo amarla con tutto il nostro cuore di maschi”.

 

 

 

 


09m9 Cattolici al fronte

Poche settimane dopo l’inizio delle ostilità, viene eletto Papa Benedetto XV, passato alla storia come il “Papa della pace” anche per aver definito la guerra in corso “un’inutile strage”. Ciononostante il clero e le gerarchie cattoliche di tutti i paesi si schierano immediatamente con i rispettivi governi. Così in Francia, in Austria, in Germania.

In Italia la Chiesa non ebbe remore nell’accettare uno sbalorditivo accordo con lo Stato Maggiore italiano: la vendita (sei lire al chilo) di migliaia di campane da fondere per produrre cannoni e mitragliatrici. In più, mise a disposizione dell’esercito italiano 2400 Cappellani, 1582 inquadrati come ufficiali; molti, al comando di reparti, ottennero anche decorazioni al valor militare.

I cappellani, oltre a benedire i soldati in procinto di uccidere e farsi uccidere, svolsero un’ampia attività di propaganda tra i soldati; citiamo a tal proposito una omelia pronunciata il 19 settembre 1915 da un cappellano: “Credete voi che si possa vincere una battaglia, una lunga e aspra guerra quando il povero capitano invece di pensare a combattere il nemico deve esaurirsi a spronare i suoi soldati e difendersi dai suoi sotterfugi? Il soldato che fa il soldato per paura (delle punizioni, della prigione o della fucilazione n.n.) è la rovina del reggimento e dell’esercito. … Il buon soldato fa quello che deve fare perché è il suo dovere, perché egli ama il superiore, ama la disciplina, ama la Patria, ama il buon Dio”.

 

 

 

 

 


10m10 Un affare per il Capitale

Grazie alla Prima guerra mondiale il capitalismo italiano raggiunge profitti altrimenti impensabili: i profitti medi delle banche passano dallo 4,26% del 1914 al 7,75% del 1917; quelli dell’industria meccanica dall’8,20% al 30,51%; industria chimica dallo 8,02 al 15,39%; pellami e calzature dal 9,31 al 30,51%; lanieri dal 5,18% al 18,74%; cotonieri, dallo -0,94 al 12,27%…

Clamorosa poi è l’ascesa della FIAT. Agli inizi del 1914 era appena al 30° posto tra le aziende italiane. Legata, allora, agli ambienti giolittiani era su posizioni neutraliste anche perché lavorava prevalentemente su commesse della Marina austroungarica. Poi, fiutato il possibile affare, finanzia il quotidiano interventista  “l’Idea Nazionale”. Diventerà il principale fornitore di automezzi per l’esercito italiano. E il suo capitale sociale passa  da 25 milioni di lire del 1914 ai 128 milioni del 1918.

Un “affare” per il Capitale la Prima guerra mondiale. Pagato dagli Italiani con 600 mila morti ed altrettanti mutilati, cui andranno sussidi da fame. In più, finita la guerra, licenziamenti  di massa – a seguito della riconversione industriale, da militare a civile, e il ritorno dei reduci dal fronte – e una spaventosa inflazione, finalizzata a ridurre il debito pubblico accumulato dalle enormi spese militari.

 

 

 

 

 


11m11 Uccisi dalla Patria

Quando si parla di seicentomila soldati italiani morti nella Prima guerra mondiale, nessuno dice che molti morirono per un equipaggiamento insufficiente (basti dire che fino al 1916 molti non avevano in dotazione neanche l’elmetto, solo un berretto di feltro) e che almeno 4.300 soldati colpiti da tifo o colera furono lasciati morire privi di assistenza e, in molti casi anche di cibo, essendo considerati “già spacciati”.

Ma la cosa più spaventosa è che centomila soldati italiani furono lasciati morire di fame nei campi di prigionia dell’Impero austroungarico per volontà dei loro generali i quali, considerandoli “disertori, arresisi volontariamente al nemico”, proibirono ad essi l’invio di viveri.

Vienna aveva proposto al governo italiano una soluzione analoga a quella raggiunta da Francia e Germania, con l’invio di treni di rifornimenti, ma Roma rifiutò nella convinzione “che ciò valesse a trattenere i combattenti dalla resa e dalla diserzione”. Tutto questo mentre Gabriele D’Annunzio additava i soldati italiani prigionieri come «imboscati d’oltralpe, sventurati e svergognati che hanno peccato contro la Patria»

Finita la guerra i pochi soldati prigionieri sopravvissuti furono internati in lager in Italia. Per loro era stato deciso, addirittura, il trasferimento in campi di concentramento in Libia.

 

 

 

 


 

 

 

 

12m12 “..estrarre a sorte…”

Molto peggio che in altri eserciti, in quello italiano la “disciplina militare” assunse livelli di crudeltà inaudita. Le lettere scritte dai soldati dovevano trasmettere “entusiasmo per la guerra”; chi trasgrediva rischiava la condanna al carcere militare. Un soldato poteva essere fucilato se tornava in ritardo da una licenza o se “sorpreso a riferire o scrivere una frase ingiuriosa contro un suo superiore”; stessa sorte per gli ufficiali che osavano dubitare pubblicamente della tattica imposta dal Comando Supremo.

Precise disposizioni furono date ai Carabinieri per colpire alle spalle i soldati non sufficientemente  “arditi” nell’assalto alle trincee.

Furono centinaia e centinaia  i soldati fucilati per renitenza, per insubordinazione o per non aver dato prova di “vigore”. Se un reato era commesso da un gruppo di soldati si procedeva alla “decimazione”.

Il gen. Cadorna in una circolare ricordò che non esisteva “altro mezzo idoneo per reprimere i reati collettivi che quello di fucilare i maggiori colpevoli” . Ma se l’accertamento delle responsabilità personali non fosse stato possibile, ai comandanti restava “il diritto ed il dovere di estrarre a sorte alcuni militari e punirli con la pena di morte”. Fu questo il caso della Brigata Catanzaro, nel luglio del 1917: oltre ai soldati morti negli scontri per sedare la rivolta, furono fucilati  32 soldati di cui 12 per decimazione.

 

 

 

 

 


13m13 Natale di guerra

L’orrore della Prima Guerra Mondiale è costellato anche di eventi straordinari come quando soldati fino allora “nemici”, stanchi di uccidere e di farsi uccidere, fraternizzarono. L’evento più famoso – perché documentato, anche con foto, dal “The New York Times” statunitense (paese in quel momento ancora neutrale) avvenne la notte del 24 dicembre 1914, quando in una trincea delle Fiandre, nei pressi di Wulvergem, alcuni soldati tedeschi iniziarono a cantare “Stille Nacht “  seguiti da lì a poco da un grande coro e dall’inalberarsi di cartelli con la scritta: “Noi non spariamo, voi non sparate”.

Dalla parte opposta inglesi e francesi, dopo un po’, risposero con canti natalizi. Uscirono allo scoperto, fraternizzarono e, contro gli ordini degli ufficiali, uscirono fuori dalle trincee e concordarono tre giorni di tregua. I soldati si aiutarono a vicenda per seppellire i morti; ci furono abbracci e persino scambi di dolci. Un episodio altrettanto clamoroso si verificò, nel maggio 1917, a Missy-aux-Bois dove un reggimento di fanteria francese si impadronì della città e nominò un “governo pacifista”.

Anche sul fronte italiano si verificarono episodi di fraternizzazione ma la documentazione è scarna per la ferrea censura che colpiva le lettere dei soldati al fronte. Da alcuni rapporti militari sappiamo di un “Natale di guerra” nel 1916 sui monti Kobilek (Friuli) e a Zebio (altopiano di Asiago) quando soldati italiani e austro-ungarici, addirittura, brindarono gomito a gomito; evento che ispirò Giuseppe Ungaretti, che quel giorno scrisse la poesia “Natale”. Altri episodi nel febbraio del 1916, sul Carso, e, nel maggio del 1917, sulla vetta Chapot in Friuli. In molti casi tra le trincee opposte, a volte distanti pochi metri l’una dall’altra, si barattavano persino le cose, come tabacco e pane.

 

 

 


 

14m14 La prima guerra non fu sufficiente

La Prima guerra mondiale sembrò agire come un vero toccasana per l’economia capitalista.

Le enormi commesse militari prima e le necessità della ricostruzione poi, provocarono una sostanziosa espansione della produzione e dei profitti.

Ma il gigantesco apparato industriale nel frattempo realizzato e le innovazioni tecnologiche introdotte determinarono nel giro di pochi anni un nuovo ingolfamento dell’economia rendendo ancora più stringente la necessità di trovare mercati dove smerciare i beni prodotti ed i capitali eccedenti.

Di fronte alle crescenti difficoltà una quota crescente di capitali si cominciò ad indirizzare verso il settore finanziario e la speculazione. Nel giro di pochi anni questa enorme bolla finanziaria esplose nel 1929 provocando una recessione inaudita nelle maggiori nazioni sviluppate.

La soluzione provvisoria fu trovata ancora una volta nel sostegno della spesa pubblica. Tutti gli stati, fossero essi delle democrazie parlamentari o delle dittature, adottarono le stesse misure: commesse statali e sostegno al reddito, ma soprattutto ripresa vertiginosa della spesa per gli armamenti che sembrarono rilanciare l’economia a discapito di un vertiginoso aumento del debito pubblico.

Intanto riprendeva la conflittualità tra le grandi potenze mondiali per spartirsi le aree di influenza.

Dopo pochi anni, un’altra guerra mondiale si profilò all’orizzonte ancora più distruttiva di quella che l’aveva preceduta.

 

 

 


15m

15 Ancora armi, ancora guerre

La Prima guerra mondiale fu salutata come “La guerra che avrebbe messo fine alle guerre”. Eppure – secondo uno studio dell’Università di Harvard – dal 1918 in poi circa 200 milioni di persone sono morte a causa, diretta o indiretta, di guerre; resta, invece, incalcolabile il numero di invalidi, traumatizzati psichici e la distruzione di beni economici e culturali.

La pianificata distruzione del “territorio del nemico” (le sue città, le fabbriche, le infrastrutture…) resa possibile dall’irrompere dell’arma aerea ha, inoltre, modificato il rapporto tra vittime civili e militari. Nella Prima guerra mondiale, dei sedici milioni di morti “solo” cinque milioni (il 31%) erano civili; nella Seconda guerra mondiale (71 milioni di morti) i morti civili (48 milioni) costituiscono il 67%. Nelle guerre combattute negli ultimi tre decenni i morti civili arrivano ad essere il 90% del totale.

Nonostante ciò, ogni anno, crescono le spese militari. Nel 2013 sono stati spesi 1747  miliardi di dollari per la “difesa”. L’Italia (all’undicesimo posto nel mondo) spende 32 miliardi di dollari; che diventano 40, considerando le spese per i sistemi d’arma, finanziate dal Ministero dello Sviluppo Economico, e le missioni internazionali, a carico del Ministero dell’Economia.

Attualmente l’Italia è impegnata in 30 “missioni umanitarie”, localizzate in ben 27 paesi, con 8.181 militari impegnati, di cui oltre la metà operativi in Afganistan. Negli ultimi anni la spesa media annuale per queste “missioni umanitarie” è stata di circa 1,5 miliardi di euro. La presenza italiana in Afghanistan, è costata finora 4 miliardi e 150 milioni di euro; l’intervento in Libia oltre 1 miliardo di euro. In entrambi i casi, dal conto sono esclusi i costi degli ordigni sganciati, spese per munizioni ed altre dotazioni da combattimento.

 

 


 

16m16 Terza guerra mondiale?

 A quando la Terza guerra mondiale? Non è una domanda sciocca: se la pongono anche – sul The New York Times  – autorevoli economisti come il Premio Nobel Paul Krugman, mentre tanti editorialisti ed intellettuali cominciano a riproporre la guerra come “un fattore importante di crescita economica”. Del resto, i presupposti di questa catastrofe oggi sono gli stessi del 1914 e del 1939: una crisi di sovrapproduzione e una massa enorme di capitali alla ricerca di lucrosi investimenti. Il tutto aggravato oggi dall’esigenza di “bruciare i libri contabili”: gli USA, ad esempio, sono indebitati con la Cina di ben 12mila miliardi di dollari.

Si tratta ora di preparare l’opinione pubblica a questa eventualità sia col “patriottismo”, sia facendo accettare come assolutamente “normali” nuove spese per armamenti,  accerchiamenti militari ed embarghi, insediamenti di innumerevoli basi, guerre (come quella in Afghanistan, alla Libia, alla Siria o in Ucraina..).

Poi ci sarà un “casus belli”, come a Sarajevo il 28 giugno 1914, a Pearl Harbour il 7 dicembre 1941, a New York l’11 settembre 2011…

Poi ci sarà la guerra.